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    Non si può essere insegnanti per caso.   di Maria Gabriella de Judicibus

               Inedito sui rapporti tra espressione e comunicazione in età adolescenziale 

L’espressione è un momento privilegiato dell’etica umana, basilare per qualsiasi tipo di socializzazione[1]. 

 

Poiché la socializzazione è una delle finalità del nostro compito educativo, l’espressione ne diviene il necessario itinerario da percorrere.

 

Bisogna credere nella valenza dell’insegnamento,   in grado di costruire un mondo democratico attraverso lo strumento della comunicazione formativa: orale, scritta, multimediale che sia, ma pur sempre, "comunicazione".

  

L’adolescente, spesso in conflitto con il mondo esterno a causa della delicata fase della sua crescita, popola il mondo di “impressioni” personalissime sull’esterno e si “apre” soltanto attraverso un rapporto affettivo e di fiducia.

 

Un adolescente che ha fiducia nel proprio insegnante, non abbandona la scuola perché non abbandona la propria guida.

 

L’abbandono scolastico equivale, dunque, ad un fallimento della comunicazione allievo/insegnante.

 

 Non fallisce solo l’allievo, fallisce anche colui che non ha saputo costituirsi come suo punto di riferimento nel percorso formativo che, ove non prosegua con “guide” più capaci, condurrà a nuovi fallimenti personali e professionali.

 

 L’abbandono scolastico non è una scelta decisionale facile che inaugura percorsi e progettualità in fieri ma l’esito finale di una serie di dolorosi insuccessi, corredati da crescente perdita di fiducia nelle istituzioni e in se stessi e dalla consapevolezza dell’incapacità di orientare volontariamente la propria esistenza.

 

Abbandonare è un “non scegliere”, un rifiutare di proporsi attivamente in società perché ci si sente inadeguati.

 

Ciò che dobbiamo comprendere è che ci sono gli “indizi” dell’abbandono: assenze reiterate, ritardi frequenti e spesso mal giustificati, verifiche di profitto con esito negativo, atteggiamenti di insofferenza e/o sfida, chiusura nei confronti dei docenti o dei compagni, aggressività latente o, al contrario, apatia, costituiscono una casistica che consente ad osservatori competenti di comprendere come tra il momento dell’ingresso dell’allievo a scuola e quello del suo definitivo rifiuto delle istituzioni, trovino posto spazi preziosi preposti alla decisionalità istituzionale e spesso inutilizzati dagli attori del processo educativo.

 

La coscienza civica dell’educatore professionista impone che l’adolescente possa contare sull’istituzione scolastica tanto più quando non può contare sull’istituzione familiare o sul contesto sociale d’appartenenza.

 

Gli adolescenti cosiddetti “difficili” presentano forti carenze affettive, sono chiusi ed introversi, incapaci di essere propositivi, demotivati e con poca fiducia nelle proprie capacità o, al contrario, appaiono iperattivi, irrispettosi di orari e regolamenti,  costantemente protesi ad attirare l’attenzione su di sé, incostanti e superficiali nelle prestazioni.

 

Spesso caratterizzati da forte deprivazione linguistica e conseguenti difficoltà scolastiche derivanti dall’incapacità di utilizzare strumentalmente la lingua standard nelle abilità di studio, hanno poca abitudine al pensiero astratto con conseguente difficoltà di concettualizzazione e di memorizzazione teorica.

 

Oggi più che mai, in assenza di una famiglia tradizionale che possa seguire costantemente il processo di crescita del minore ( anche nelle “migliori” famiglie, i ritmi di vita comportano comunque forme diverse di “assenza” affettiva), a scuola è necessario che il bambino, l’adolescente, il giovane, possano cercare e trovare quella forma tutoriale di confronto e conforto necessaria per affrontare il processo di crescita con serenità e responsabilità.

 

So che è sempre più difficile fondere competenza disciplinare e perizia pedagogica in classi numerose e scuole dalle strutture non sempre adeguate ai bisogni di un’utenza sempre più variegata e multietnica ma non dobbiamo dimenticare mai che la vera democrazia si costruisce attraverso l’integrazione, la tolleranza, la cooperazione e soprattutto che spesso i nostri allievi, oltre alla scuola  non hanno nient’altro.

 


   



[1] Compresenze e laboratorio nell’area linguistico-espressiva in SCUOLA E LINGUE MODERNE  Anno XXVIII 3 1990