Romanzi

Lettere dal Libano ( Edizioni del Grifo Lecce)  - Avvincente storia d'amore in forma epistolare e diaristica  tra un elicotterista UNIFIL e la giovane moglie rimasta in Italia durante la guerra combattuta da Israele http://www.mondadoristore.it/Lettere-dal-Libano-Maria-Gabriella-De-Judicibus/eai978887261165/#tabMenu-6


Abstract


PRESENTAZIONE

“Lettere dal Libano” di Maria Gabriella de Judicibus, incentrato sulla partecipazione ONU alle vicende legate alla questione palestinese in Medio Oriente, si presenta sotto forma di un diario a cui corrisponde un testo epistolare.

I due generi letterari testimoniano la presenza di un IO narrante, che vive e, nello stesso tempo, si interroga sulle vicende vissute; al monologo interiore, testimonianza della solitudine morale e spirituale della donna in attesa, corrisponde il desiderio di interloquire con “l’altra parte del mondo” dell’alter ego maschile, come avviene per ogni soldato che, in terra straniera, miri a mantenere saldi i legami con le proprie radici culturali e con la propria dimensione umana e sociale.

La finalità dell’espressione memorialistica o epistolare è comunque la stessa: quella di giungere ad una nuova consapevolezza dell’esistenza, più matura, più vigile e soprattutto frutto non di pregiudizio, ma di conoscenza profonda, maturata attraverso il confronto interculturale ed interpersonale.

Per l’attualità dei temi trattati ( rapporti tra Israele e popolo arabo; funzione delle forze di pace; problematiche di tipo sociale, politico ed economico che riguardano il mondo contemporaneo compreso il mondo della scuola e del Sud Italia), per lo stile non ridondante, sobrio e privo di volgarità o di giudizi troppo pesanti e gratuiti, il testo appare di gradevole lettura ed utile per la riflessione su problematiche nuovamente e scottantemente aperte nel panorama della società contemporanea.

Al di là della motivazione contingente e del riferimento storico-politico legato ai fatti narrati, il testo può essere presentato semplicemente come l’avvincente storia d’amore di un uomo e una donna che “vivono”, ognuno per sè ma nella consapevolezza dell’esserci dell’altro, la propria battaglia quotidiana con l’esistenza.

Questo libro è dedicato a tutti coloro che, quotidianamente, hanno saputo credere in se stessi e nei propri ideali, nella consapevolezza che alla Storia ed al Suo giudizio, non si sfugge.

I fatti narrati hanno una propria collocazione cronologica e geografica ma ogni riferimento ad eventi o persone realmente esistiti, è puramente casuale.

I CAPITOLO

Domenica, 7 febbraio 1982

Ly è partito. Billa era nel suo box al centro della stanza, si teneva al bordo rosso con le manine e andava su e giù come un pupazzetto a molla. Ignara. Ha fatto ciao con la manina a me e a suo padre mentre la nonna le agitava davanti agli occhi un sonaglino per distrarla ed impedirle di piangere appena ci avesse visto imboccare la porta di casa.

L’ho accompagnato in fretta, senza una parola, pochi metri da casa alla fermata dell’autobus per l’aeroporto, eppure sembrava un chilometro, nonostante camminassimo così veloci, a piccoli passi, io stando bene attenta a non guardare la valigia pesante, non la solita, quella del week-end1, di questa vita fatta di assenze e ritorni, ma un valigione da viaggio lungo, più una “ ventiquattrore”2 che lo accompagna da quando lo conosco.

Un bacio salato, amaro, un bacio che non avevo voglia di dare e poi sono tornata in fretta, più ancora rispetto all’andata, questa volta fermandomi ad ogni vetrina : la gente non deve vedere che piango, in mezzo al Carnevale che impazza, tra coriandoli e stelle filanti, ecco un’altra vetrina e il gesto furtivo della mano sugli occhi.

Naqoura 10-2-82  1a lettera

Mia cara,

ci siamo sentiti nel pomeriggio ed ora sono qui a scriverti. Il viaggio Roma-Beirut è stato buono, l’aereo pressoché vuoto (non ci viene molta gente in Libano) ho pranzato a bordo ed alle 16.00 siamo su Beirut ; l’aeroporto è tutto circondato da sacchetti di sabbia con relativo omino armato di mitraglia, atterriamo e dalla scaletta dell’aereo noto un’auto bianca ONU ed un soldato norvegese che guarda le persone che scendono con sguardo vacuo, mi avvicino ed infatti è lì per me, visto che reca un biglietto con il mio nome, prendiamo il bagaglio e ci portiamo in un ufficio ONU poco distante ad attendere l’elicottero bianco che arriva subito ; dopo 40 minuti di volo siamo al campo.

Il mio alloggio è una specie di roulotte senza ruote ; la cena è alle 17.00 ma circa due volte alla settimana si cena tra noi per compensare l’assenza di pastasciutta della cucina svedese sicché mi aggrego e mentre tutti bevono come Turchi (che non sono lontani) il pasto è allietato (si fa per dire) da canti tipo “Va pensiero sull’ali dorate...” e simili...Dopo un sonno breve e tormentato vengo svegliato alle 5 da un canto arabo lamentoso : sono i beduini che pregano ; mi alzo e faccio colazione alle 6 visto che alle 7.30 inizia l’attività. Oggi ho fatto due voli : uno per il giro postale giornaliero presso le altre forze dell’ONU (Irlandesi, Nigeriani, Ghanesi, Senegalesi, Figiani, Francesi) ed uno per trasportare tutti coloro che arrivano o partono da Beirut visto che la città è isolata via terra a causa del PLO ; altri voli vengono effettuati per prelevare eventuali feriti da portare in ospedale...... Ti chiederai cosa penso di tutto ciò : ancora non ne ho un’idea chiara, è un’impressione strana poiché tutto qui è irreale, diverso dal nostro mondo, si vive in una specie di isolamento, come su un paesaggio lunare, tutto bianco......mi auguro che con l’arrivo della bella stagione migliori....Vi saluto tutti e in particolare te e la ciccetti tonda del suo papà.

Naqoura 14-2-82

Cara Tata, qui a Naqoura è sempre più dura.

Oggi, San Valentino, ti faccio gli auguri ; non avrai ancora ricevuto la mia prima lettera che, come vedrai, ne arriverà una seconda. Stamattina sono uscito a Naharia per la prima volta e per poco tempo in quanto siamo rientrati per pranzo (magra illusione poiché gli svedesi, la domenica, pranzano con latte e biscotti). A bordo di una wdk passata ONU bianca siamo andati direttamene ad aprire un conto in banca (la Domenica è tutto aperto perché per gli Ebrei la festa era ieri, Sabato). Abbiamo fatto colazione con un cornetto israeliano ed un caffè (orribile) e poi abbiamo fatto due passi per la città, ho comprato le ciabatte di gomma per la doccia e mi sono accorto che le ho pagate il triplo rispetto alle nostre parti ; il fatto è che qui è tutto più caro poiché questa gente vive con pochissimo e lavora moltissimo, sicché i generi superflui sono considerati un lusso. Mi diceva un mio amico che è a Naqoura da parecchio tempo che in Israele gli stipendi più alti arrivano a 800 dollari (1.000.000) ma sono proprio “signori”, comunque costa tutto e per le poche cose che costano di meno, il risparmio è così banale che non ne vale proprio la pena. Le macchine sono pochissime e noi siamo guardati come ricconi, ci sono auto poi...per modo di dire, che in Italia non usano più nemmeno gli zingari, molte biciclette ma non come la mia che al paragone è fantascienza, certi pezzi di ferro che viene da ridere........in compenso ci sono molti soldati che girano per il paese ed è curioso vederli tutti col fucile, nei supermercati e dappertutto, non tanto per motivi bellici quanto perché da loro l’arma è personale, e ci vanno anche.....in bagno. Ancora non posso portare l’automobile perché devo fare l’esame ONU della patente e nemmeno posso uscire con la macchina fotografica perché ancora mi deve arrivare la carta blu 3 necessaria. Lato positivo è che ci sono moltissime piantagioni di banane che comunque vanno a 1.000 lire al chilo e poi si lamentano se li chiamano “rabbini”.......sono quasi più costose che da noi ! ! A proposito molti di loro portano la papalina in testa. La Domenica sera gli svedesi ci preparano la carne (che lusso !) meno male perché a furia di verdure mi sento svenire.....Pensa che i cetrioli ci sono persino la mattina, alle 6, per colazione ! ! Ed ora amore mio, ti saluto perché è ora di “mmommire” come dice la nostra Ciccetti che bacio forte insieme a te.

(...)

L'Inesistente/La Curte de le mite- ( MOVIMEDIA Lecce)- Due short stories ambientate in un Salento magico in cui l'amore trionfa sulla magia nera e sulla perfidia dei "padroni" https://www.unilibro.it/libri/f/autore-editore/de_judicibus_maria_gabriella-movimedia


Viaggio a Gallipoli 

Tratto da: “ La Curte de le Mite” MOVIMEDIA Lecce


Il brano è tratto da una delle due short stories che compongono il volume “L’Inesistente- La Curte de le Mite” composto da Maria Gabriella de Judicibus ed  edito da MOVIMEDIA, Lecce.

In particolare, il secondo romanzo ambientato in un Salento lontano nel tempo e popolato da creature leggendarie e fantastiche, ha come protagonista un orfano, Salvatore, che, in cerca di miglior fortuna e per sottrarsi ad una sorte grama ed alle grinfie di un rozzo padrone, parte alla ricerca di una fantomatica “curte” popolata da gazze ladre, (le “mite”, appunto, del titolo) e tra le tante avventure, capita a Gallipoli in un periodo particolare…


“ (…)  Gallipoli non l’aveva mai vista. Ne aveva solo sentito parlare, in realtà. Quando stava tra i pescatori, a Ugento, tutti parlavano della fiera della regina Giovanna II D'Angiò a Casalnuovo. Ricordava il pescatore più vecchio, mastro ‘Ntoni che era stato maestro d’ascia quando era giovane, a Gallipoli, che raccontava che la regina anticamente aveva fatto un decreto che stabiliva lo svolgimento di una fiera mai vista dal 1° al 15 di marzo di ogni anno, nonché di un mercato da tenersi tutte le domeniche, per fare contenti i nobili e i mercanti che l’avevano servita con rispetto e fedeltà. E questa fiera era stata ‘nnu scigghiu per tutti gli altri posti che avevano grandi mercati e i Conti di Lecce si erano ribellati e avevano chiesto al re di Napoli di intervenire.  Così ‘sta fiera di Casalnuovo era diventata di un giorno solo e invece le fiere di Gallipoli e Lecce erano diventate più lunghe e importanti. A Gallipoli, poi, c’era la scuola che lui voleva fare da quando era piccolo, quella dove era stato mastro ‘Ntoni, dai Magno che erano i più grandi mastri d’ascia e lui quello voleva essere. A lui piaceva costruirle le barche e le navi e non andarci sopra in mezzo a mille tempeste! Rabbrividì inconsciamente ricordando la sua vita passata e gli venne paura:- E se incontro il mio vecchio padrone?-Angelo scrollò le spalle:- E che te ne frega! Mica sei costretto a stare con lui per forza! E poi ci sono io con te, non ti preoccupare-.Quando uscirono, era già tutto pronto: il carro, i viveri, le coperte, l’acqua e due grandi capasuni che troneggiavano al centro del carro ben contornati da paglia e coperte perché non si rompessero.-Che c’è là?-Chiese Salvatore-Olio. Olio buono da vendere. E’ stato già ordinato lo dobbiamo solo consegnare e farci dare delle botti nuove da mastro Totò-.Così partirono con la padrona che dietro i vetri faceva segno con la mano per salutarli. Chissà quanti anni aveva quella donna, Salvatore lo chiese ad Angelo, incuriosito anche dall’improvviso interessamento che lei sembrava avere per lui.-Non si capisce- rispose l’amico- né ci penso minimamente a chiederglielo. E’ eterna per quanto posso vedere- aggiunse incupito nuovamente.--Ehi, ma ce l’hai con lei, stamattina?-

-No, no. E’ che mi rincresce tutto ‘sto viaggio fino a Gallipoli. Avevo altro per la testa- Sapessi io!- Sospirò Salvatore pensando che non avrebbe visto Bianca.- Quanto ci tratterremo?-Mha! Tra viaggio, affari e tutto il resto, almeno tre giornate passano, se ci va bene.-

Salvatore sospirò nuovamente ma, in fondo, non gli dispiaceva tanto tanto questa faccenda perché voleva vedere Gallipoli e perché sperava di trovare qualcosa di bello da regalare a Bianca con i soldi che si era portati appresso. Tolse dalla tasca il sacchettino e allargando il cordone che lo legava, se lo appese al collo, infilandolo sotto l’ampia camicia e chiudendosi sopra la giacchetta per bene, così che non si vedesse niente. Angelo che aveva seguito divertito con lo sguardo quel tramestìo gli disse battendogli una mano sulla spalla:- Bravo, bravo, così è meglio… Che a Gallipoli non sai mai chi puoi incontrare.- (…)  Gallipoli gli parve più bella di come se l’era immaginata: il castello, le botteghe degli artigiani, il porto brulicante di gente e l’isola di S. Andrea che si vedeva in lontananza… Angelo gli aveva parlato del cotone di Gallipoli, delicato e leggero come la pelle della sua Bianca e così voleva portarne una pezza alla ragazza chè se ne facesse una veste estiva, leggera e vaporosa come lei era.Fu però, subito attratto da una grande folla che guardava verso il mare e spronò il cavallo per avvicinarsi e capire di che si trattasse. Sulla banchina del porto avevano fissato un palo di legno in posizione orizzontale, parallelo al mare, con un leggero angolo verso l'alto. Il palo era interamente ricoperto di grasso e sull'estremità c’era fissata un'asticella con una bandierina colorata. A turno, i giovani si sforzavano di raggiungere la bandiera, cercando di non scivolare e cadere in mare. Salvatore era tentato di partecipare ma non sapeva dove legare il cavallo ed aveva paura che glielo rubassero mentre lui si cimentava nel gioco.Intanto era sceso e portando la brava bestia dalle redini, si era avvicinato un po’ di più alla banchina per divertirsi a vedere tutti quei giovanotti finire a gambe all’aria in mezzo alle onde. Mentre era lì che guardava, si sentì toccare un braccio e si voltò. Era un vecchio dal volto cotto di sole, col cappellaccio nero calato sugli occhi, un fazzoletto al collo, mani nodose, da contadino.

-Vuoi provare?- gli chiese. -No, no-si schermì Salvatore- non sono buono ad arrampicarmi e  poi-disse facendo segno con le redini- ho il cavallo e non so dove lasciarlo-Dallo a me- disse il vecchio- te lo tengo io e tu vai a provare. Vai, vai, senti a me. Si vince un bel sacchetto di monete. Se vinci ce lo dividiamo.- Salvatore non era sicuro ma la tentazione era forte. Chi era quel vecchio? Poteva fidarsi? Mha! Tanto dove poteva mai scappare con tutta quella folla e vecchio com’era? Decise di accettare la sfida e si fece strada tra la folla.Quando toccò a lui, si sfilò le scarpe, la giacchetta, la camicia e si cimentò nell’impresa che gli apparve in un primo momento più semplice ma divenne via via più difficile, man mano che avanzava e le mani ed il corpo pieni di grasso, divenivano sempre più scivolosi. Sentiva, comunque, come una strana forza che lo sorreggeva e lo faceva avanzare palmo a palmo.I ragazzini gallipolini lo incitavano con fischi e urla eccitate e sentiva lo sguardo del vecchio sempre fisso su di lui.Riuscì nell’impresa e ancora incredulo si vide sollevare per aria come un fuscello dalla folla in delirio per ciò che aveva fatto.Ebbe le sue monete e quando la gente si fu allontanata e potè rimanere da solo con il vecchio, si sedettero sul muricciolo che cingeva una parte del porto e si misero a contare per dividersi la ricompensa.-Bravo, bravo- diceva il vecchio mentre Salvatore spartiva equamente le monete una a me e una a te -Sei proprio bravo! Tu diventerai ricco e potente, vedrai! Non ti fare fregare dalle femmine, però! Chè di caremme ce n’è tante ma di carusi te oru come te ce ne sono pochi!--Ma voi chi siete?- chiese Salvatore prima di andarsene, visto che si era fatto tardi e voleva tornare alla locanda prima di notte.-Io? Io sono mastru Titoru. Qua mi conoscono tutti. Ho fatto le barche più belle di Gallipoli! Con queste mani mie!- (…) Andarono al mercato. Mentre gli animali e i loro guardiani trovavano sistemazione in appositi recinti, i mercanti mettevano sù  tende e baracche e lì sotto facevano casa. Le granaglie, in sacchi, erano custodite sotto i traìni che con le stanghe all’aria sembravano “’mpicati[1]” e le mante su quelle stanghe facevano da tenda improvvisata. Il mercante di nuceddhe cacciava nuceddhe, nuci, castagne te lu prete, pastiddhe, mennule ricce, semienti, ciciri rrustuti. Accanto alle barche si posizionavano i vecchi pescatori con i pesci in barile o affumicati: sarde salate, scapece, stoccafissu, baccalà. Chi mangiava taralli e tarallucci, chi beveva boccali di mieru  come assaggio per chi lo voleva comprare servito dai grandi ursuli.I ragazzini giocavano a morra e a tuddhi sui gradini delle chiese. Le merci erano tutte esposte in bella mostra e si faceva a gara a chi gridava di più per attirare l’attenzione dei clienti. Nel circolo degli animali,  le contrattazioni avevano inizio allo sparo di un mortaretto e le povere bestie venivano rivoltate dentro fuori come calzettini. Quando si concludeva l’affare, i compari si stringevano la mano e su quella stretta si posava  la manona del sensale. Gli animali da tiro venivano provati facendo loro tirare un carro carico e con le ruote legate. Salvatore cercò invano il vecchio che lo aveva incoraggiato a gareggiare la sera prima, non c’era traccia. Angelo che vedeva l’amico voltarsi di qua e di là e contorcersi come un serpente alla fine gli chiese:- Ma si può sapere che c’hai?  Me pari ‘nnu scursune[2]…-Non riesco a vedere il vecchio che ieri mi ha fatto vincere tutti quei soldi! Volevo fartelo conoscere…-Come si chiama?- chiese Angelo- forse qua lo conosce qualcuno…-Mastro Titoru, ha detto e dice che lo conoscono tutti perché è il più bravo maestro d’ascia di Gallipoli!- Aspetta…- disse l’amico dando uno strattone al cavallo perché si fermasse- Mho chiediamo a questi- e si sporse per parlare con certi popolani che si erano fermati a rinfrescarsi alla fontana- Scusate! Buona gente, conoscete un certo Mastro Titoru? E’ un maestro d’ascia… Dice che è bravo…- Quelli si guardarono con facce sbalordite, mormorarono qualcosa tra loro e poi il più anziano rispose, facendosi il segno della croce:- E chi non lo conosce mastro Titoru! Ma è morto e sepolto da oltre cinquant’anni, da come mi posso ricordare! Perché, che volete?-Niente, niente, questo qua- riprese Angelo, indicando Salvatore – dice che ieri l’ha visto e gli ha dato pure dei soldi!--L’ho visto, l’ho visto, potessi cecarmi!- ribattè impermalito e stupito Salvatore- Ecco i soldi che mi ha dato!- disse cacciando il sacchettino dalla giacca e porgendolo ad Angelo. Angelo lo prese e aprendolo, sfilò alcune monete dall’interno, mostrandole agli interlocutori che allungarono il collo e le mani per vedere meglio:- Ma queste sono monete fuori uso!- dissero in coro- Sono fuori dal commercio da un bel pezzo! Dovreste sapere anche voi che non valgono niente! Chi ve l’ha date?- Angelo rispose:- Questo giovane, ieri, ha vinto la cuccagna e questo era il premio. Io non le avevo viste prima e solo ora mi accorgo che avete ragione! Ma tu, non ti sei accorto che qualcuno ti ha preso per il naso? Te l’avevo detto di stare attento ai briganti! Dovevo avvertirti anche di guardarti dai fantasmi? - Salvatore strappò di mano all’amico il sacchetto di monete e si accorse, sbalordito, che le monete erano tutte senza valore (…) “




 

 

[1] impiccati

   

[2] un serpente

   



Sole sulla Terra ( Raccolta di Poesie) YOUCANTPRINT 2017https://www.libreriauniversitaria.it/sole-terra-judicibus-maria-gabriella/libro/9788892649668

Sono lieta di comunicare che nell'ambito del II° Premio Internazionale Cumani Quasimodo, Presidente di Giuria Alessandro Quasimodo, la mia raccolta di poesie: "Sole sulla terra" ha ricevuto menzione al merito nella sezione dedicata ai libri editi ed è stata assegnata alla mia produzione MENZIONE SPECIALE SEZIONE FARETRA "Per la qualità complessiva della proposta letteraria"