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Il grammelot come espediente teatrale Grammelot o gramelot è una parola di probabile derivazione francese ( grommeler equivale al nostro borbottare) propagatosi inizialmente dall’ area veneta anche e soprattutto per il diffondersi della commedia dell'arte, forma di spettacolo nata in Italia nel XVI secolo e rimasta popolare fino alla metà del XVIII secolo, anni della riforma goldoniana della commedia. Le rappresentazioni dei comici itineranti, non erano basate su copioni definiti, ma su scenari, che offrivano canovacci all'improvvisazione di  personaggi connotati da tratti che ne definivano immediatamente il ruolo ed il carattere. Il  grammelot che assembla suoni, onomatopee, parole e foni con il fine di farsi comprendere anche senza articolare frasi di senso compiuto in una lingua straniera, oppure per mettere in parodia parlate o personaggi stranieri,  era ed è tutt’ora, pertanto, uno strumento linguistico magistrale ai fini di una recitazione fortemente espressiva e iperbolica. Il linguaggio che ne scaturisce è espressivo perchè musicale, in grado di suscitare emozioni e suggestioni. Ispirarsi al grammelot per l’affabulazione consente di studiare la funzione emozionale del linguaggio che è la porta principale per l’ingresso alla funzione cognitiva vera e propria nella interpretazione d’esso. Questo artificio recitativo era utilizzato dai giullari e dagli attori itineranti che intrecciavano lingue e dialetti diversi con parole inventate, affidando al linguaggio non verbale dei gesti e della mimica l’enzima necessario a rendere immediatamente accessibile all’uditorio a prescindere dalla lingua parlata da esso,  la comunicazione  testuale. Il testo teatrale diviene così quello che l’etimologia della parola TEXTUM significa un intreccio di segni verbali e non che acquistano il proprio senso nell’ambito del contesto, in questo caso della scena teatrale rappresentata. Esempio di grammelot cinematografico sono la canzone cantata da Charlot nel film Tempi moderni e il monologo di Adenoid Hynkel nel film Il grande dittatore entrambi di Charlie Chaplin. In epoca successiva questo filone è stato recuperato dall'attore Dario Fo, che lo ha valorizzato nuovamente, come ad esempio nell'opera Mistero buffo e da Gigi Proietti e dai suoi eredi che mescolano in grammelot linguistici lingue straniere come l’inglese e il francese e dialetti di sostrato come il veneto o il meridionale. In poesia, un esempio straordinariamente suggestivo ci viene offerto dalla raccolta Gnosi delle fanfole di Fosco Maraini.

 Riscrittura testuale e didattica della lingua

Già, in passato, nel laboratorio di riscrittura testuale che ho più volte utilizzato nella quotidianità del mio insegnamento della lingua italiana, ho avuto modo di sottolineare come la didattica del testo poetico non possa prescindere da suoni e onomatopee che rendono il verso musicale, esaltando la potenza suggestiva del ritmo.  Quando alla ricerca artistica si unisce la ricerca storica, il laboratorio linguistico consente al “senso della memoria”  di riaffiorare, arricchendo di fascino culturale lo spessore di natura scientifica.  Ad esempio, nella formazione etimologica di alcune parole strettamente salentine come “scrascia” che indicano i rovi di cui abbondano le nostre campagne,  vari studi tra cui il Rohlfs,  ritrovano antiche radici  preromaniche e/o greche come il verbo  "skarifàomai" che ha proprio il significato di graffiare, scalfire  ma ciò che salta evidente più che agli occhi alle orecchie, è proprio la fonetica in cui il suono tra sibilante e gutturale richiama onomatopeicamente la radice etimologica. La didattica della lingua italiana non può prescindere dal “gioco” linguistico che ne rende affascinante lo studio e creativo l’utilizzo. Poiché l’attenzione è la porta d’accesso all’apprendimento, per riscuotere successo nell’insegnamento è necessario accedere alla comprensione attraverso la molla dell’interesse. In soggetti dialettofoni apparentemente disinteressati alla storia della lingua italiana o allo studio della grammatica normativa, è stato fondamentale partire proprio dal “dialetto” come lingua natìa, presente con la sua “grammatica innata” in ciascun parlante. Gli esiti della fortunata ricerca laboratoriale avviata con una classe terza di una scuola secondaria di primo grado di Copertino (LE), diede vita alla prima delle pubblicazioni a contratto che siglarono il mio ingresso in SCUOLA E DIDATTICA, Rivista nazionale edita dall’Editrice LA SCUOLA di Brescia, come redattrice per la didattica dell’Italiano. Attraverso la didattica laboratoriale, infatti, i ragazzi, trasformatisi in aspiranti linguisti, indagarono sui principali “errori” presenti nei  loro elaborati scritti, per risalire alle regolarità sottese alla propria lingua madre a cui ricondurre i suddetti errori dovuti all’erronea ed inconsapevole sovrapposizione delle strutture del  dialetto su quelle dell’ italiano standard. Scoprirono così l’evoluzione socio-linguistica che dal greco e dal Latino ci ha condotti all’Italiano e la maggiore vicinanza del dialetto salentino, più conservativo rispetto all’Italiano standard, ad alcuni costrutti  greci e latini sia nel lessico,  come la parola cras latina molto più simile al nostro crai rispetto alla traduzione italiana domani , o bis cras più simile al nostro buscrai , rispetto al dopodomani dell’Italiano standard sia nella morfologia per cui ad esempio il pronome relativo è invariabile e si traduce sempre con il monosillabo ca , e Condizionale e Congiuntivo sono espressi con Imperfetto Indicativo in frasi del tipo ci putia facia tradotto erroneamente in Italiano orale e scritto dai ragazzi dialettofoni con se potevo facevo invece di se potessi farei ; e infine nella  sintassi con la cosiddetta costruzione inversa per cui Sono Gabriella diventa Gabriella sono. La riflessione sulla lingua condotta in modo laboratoriale risveglia la passione per la ricerca e conduce alla “scoperta” di regole e funzioni, facilitando un apprendimento a lungo termine che si accompagna con lo sviluppo di competenze trasversali e life skills fondamentali ai fini del life long learning. Studiare una lingua, infatti, equivale a studiare un codice basato su regolarità d’uso che, a loro volta, si fondano su criteri di efficienza e potenza generativa. Con 21 lettere alfabetiche è possibile produrre infiniti testi, interi romanzi, epopee, drammi, commedie, poemi e poesie e, naturalmente, infinite filastrocche. E’ possibile partire da qui per avviare il viaggio attraverso le variabili linguistiche poiché la lingua varia attraverso il tempo ( variabili diacroniche), lo spazio ( variabili diatopiche) , gli strati e i gruppi sociali ( variabili diastratiche),le situazioni comunicative ( variabili diafasiche). L’affabulazione e il codice 

Sicchè, volendo scrivere un testo poetico in cui, ad esempio,  Maria D’Enghien si racconta:  di quali variabili dovrei tenere conto? Di tutte, naturalmente. Si può cominciare con la lettura attenta di un celebre testo: “Osservazioni sul volgare negli statuti di Maria D’Enghien” del compianto professor Mario D’Elia, Ordinario di Dialettologia italiana presso l’Università del Salento e si può continuare con ricerche di tipo storico e bibliografico inerenti alla vita ed alla personalità straordinaria di questa donna-regina che nacque, forse,  a Copertino, nel 1367 e che ereditò la contea di Lecce  portandola in dote  nel 1385, quando andò sposa a Raimondo Orsini del Balzo, già conte di Soleto e  Galatina e principe di Taranto. Quando Ladislao di Durazzo, re di Napoli, sconfisse e uccise Raimondo per conquistarne il principato, Maria alfine di non far perdere alla progenie sua e dell’Orsini la cospicua eredità, accettò di sposarlo, riuscendo a sopravvivergli e a diventare Regina al suo posto. Ella governò saggiamente dimostrando capacità straordinarie di lungimiranza ed apertura mentale: fu sua l’iniziativa di riprendere il commercio con Venezia, ripristinando lo scalo franco costituito dal Porto di Adriano Imperatore ( attuale San Cataldo) e stringendo rapporti economici con mercanti genovesi, ebrei, greci ed albanesi. Il D’Elia ci dice che all’epoca il volgare che immaginiamo fosse la lingua di Maria,  fosse una specie di lingua comunitaria in cui tradizione toscana, tradizione latina e dialetto salentino si mescolavano insieme: “dando vita ad un  linguaggio ibrido e composito che contrappone spesso crudamente nel breve giro di uno o pochi periodi contigui, voci e tendenze della schietta parlata dialettale a voci o tendenze di una lingua colta e aristocratica”(op.cit. pag. 285) 

La ballata di Maria d’Enghien   Maria Gabriella de Judicibus    ( da “ Cerchi d’acqua” Storia dell’Itinerario Rosa a Lecce – Comune di Lecce) “Mia canzonetta, porta esti compianti  1 

a quelli che ti vonno dimandare

 chi fue  Maria d’Enghien bella regina 

di Ladislao crudel  misera sposa 

che nessun uomo mai potè piegare. 

Al mondo venni che le tre province  6 

erano strette da unico emblema:

  -Quattro delfini in atto di scherzare 

a cerchio posti, Pallade ad onorare 

le chiome sciolte e sul sommo del cap

o in atto di vigilare, fiero, il drago- 

Quell’emblema sembrò farsi destino  12

 per me, figlia di conte e già signora 

quando Luigi venne dalla Francia 

e nel ricordo mi sovviene ancora

 che l’Angioino fè di me la preda ambita

 in una singolar tenzone 

della quale io fosi guiderdone. 

Foco d’amor al cor gentil s’apprese  19 

pel valor di Raimondo dolze amato 

e dell’Orsini tal malìa mi prese

 che tutti li suoi averi elli mi dese.

 Torre di Bello Luogo voi mirate  23 

poi che di me vi sia, d’allor,  membranza

 allor che ginocchioni in umiltate 

prìava riveder quella sembianza 

dell’omo dolze  di cui aggio ancor disianza. 

Elli ebbe da lo re lo principato  28

 lo più vasto, di Taranto nomato 

ma sanza ch’ei facesse niuno torto

 al principato  assedio poi fu porto

 e Ladislao imperò che lo adorato

 Raimondo mio fosse, me lassa,  morto. 

Io stessa dopo la sua sepoltura  34

 misi l’elmo e mi posi l’armatura 

chè sanza lui non poteria gaudire

 e in core volli Lecce sua servire 

Per mia e per l’onore de la terra  38 

  lo barone  Maremonte di suo cuore 

 al campo de lo re portò la guerra 

ma fu sconfitto e cadde con onore 

e ancora è noto a tutti lo valore. 

Captiva? Non sia mai! Regina fiera  42

 prese me  come sposa lo re duro

 e di lui no mi curai e non mi curo: 

chè la prole adorata di Raimondo 

avevo in core e in essi è lo mio mondo

 chè ancora reindossai la veste nera. 

A Lecce mia io volli ritornare  48 

e ‘ncoraggiai le arti, le fiere e la cultura

 a mille vidi li sudditi aumentare 

resi la legge a tutti meno dura 

e mostrai dunque che la nostra sorte

 si può cambiare fino a che giugne morte. 

    1 e seg:- Maria Teresa Tafuri, Dirigente della Biblioteca Nazionale di Bari, riferisce che Maria d’Enghien accettando di sposare in seconde nozze Ladislao di Durazzo,  uomo ritenuto dai suoi sudditi duro e crudele abbia esclamato : “ Non mende curo, moro regina!”; episodio che viene ripreso ai versi 42 e seguenti nei quali si sottolinea l’amore di madre di Maria per i figli di primo letto ed il fatto di essere rimasta nuovamente vedova ereditando il regno. 

6 e seg.- Il Marciano riferisce che sino al 1481 le odierne province di Lecce, Brindisi e Taranto erano accomunate da un unico emblema “Quattro delfini che si mirano in circolo in atto di scherzare e nel mezzo di loro il capo di Pallade con le chiome sciolte in quattro parti e sulla sommità e  vertice del un drago col capo e petto in atto di vigilare”. 

12 e seg.-Raimondo Orsini, figlio cadetto, ottenne dallo zio, il conte di Soleto, il cognome De Balzo e prese come sua sposa la contessa di Lecce, la bella Maria d’Enghien. La leggenda narra che Maria fosse il premio ambito di un torneo cavalleresco, vinto, appunto, dal valoroso Orsini De Balzo. 

19 e seg.- Raimondo orsini già conte di Soleto e Galatina, dopo aver conquistato il principato di Taranto unì con i patrimonio della sua sposa le sue terre in un unico amplissimo feudo che comprendeva l’attuale Salento ed il territorio della provincia di Matera.

 23 e seg.- la strofa si riferisce alla  Torre di Bello Luogo di forma cilindrica, sorta verso la fine del sec. XIII, le cui vestigia sono visibili a meno di un chilometro da Lecce, in una traversa della vecchia via per Brindisi. La tradizione ci racconta che Maria soggiornava spesso in quella località trasformata in luogo di “solazzo de lo signuri” e a noi piace immaginarla mentre prega, in ginocchio, nella cappella affrescata, per il suo Raimondo, spesso impegnato in eventi bellici per servire il papa che lo aveva nominato gonfaloniere della Chiesa. 

28 e seg.- Come si è già detto, Orsini Del Balzo divenne principe di Taranto ma ben presto scoppiò una rivalità con Ladislao, re di Napoli e durante il lungo conflitto, Raimondo morì 

34 e seg.- Si narra che Maria non dandosi pace per la morte dell’adorato sposo, indossasse ella stessa l’armatura e guidasse e incoraggiasse gli uomini a resistere durante due anni di assedio.

 38 e seg.- Ci piace citare ed immaginare quello che probabilmente fu uno degli ultimi episodi di pura cavalleria del periodo tardo medioevale: la singolar tenzone fra il barone Maremonte paladino di Maria ed il paladino di Ladislao con la vittoria di quest’ultimo. 

42 e seg. Vedi versi 1 e seg con note di riferimento. 48 e seg.- Maria d’Enghien governò saggiamente dimostrando capacità straordinarie di lungimiranza ed apertura mentale: fu sua l’iniziativa di riprendere il commercio con Venezia, ripristinando lo scalo franco costituito dal porto di San Cataldo e stringendo rapporti economici con mercanti genovesi, ebrei, greci ed albanesi. Suo inoltre fu il merito di aver voluto gli “Statuta et capitula florentissimae civitatis Litii”, esempio di oculatezza e rigore nell’amministrare la legge