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Le “emergenze” del mare: il porto Adriano a San Cataldo di Lecce

M. Gabriella de Judicibus 

 

con la consulenza scientifica di Mariangela Sammarco

(…) un rudero venerando dell’antichità: voglio dire un muro mezzo diroccato e coperto di sabbia che parte dal continente dietro la cappella di San Cataldo e si interna nel mare in direzione di levante. È l’ultimo avanzo di un molo costruito dai Romani nel secondo secolo dell’era volgare per difendere dall’urto dei marosi una piccola insenatura che formò il porto dell’antica Lupiae. Quando io lo vidi e lo esaminai nel 1900 – prima che i moderni ostrogoti avessero compiuto su di esso l’ultimo e il più feroce dei vandalismi! – era lungo 64 metri e largo 17 fra le due parti esterne, formate da massi giganteschi di pietra squadrata. Questi racchiudevano nel mezzo una massa durissima di quell’opus incertum o coementicium di Vitruvio che i moderni appellano calcestruzzo; si elevava per circa tre metri sul mare, ed aveva le sue belle colonnine d’ormeggio in marmo e granito (…). Cosimo De Giorgi (da La voce del mare: poche parole dette agli alunni della II classe dell’Istituto Tecnico di Lecce sulla spiaggia di S. Cataldo sull’Adriatico il 17 maggio 1913, Lecce 1913)

I luoghi conservano intatta l’energia di chi li ha “agiti”: energia positiva se vi hanno dimorato spiriti animati da volontà d’armonia o energia negativa se coloro che vi sono passati hanno seminato distruzione e morte.

Pensiamo al paesaggio antropico di chi ha saputo fondere natura, cultura e tradizione dando vita alla bellezza o, al contrario, all’orrore della devastazione che la guerra, da sempre, ha prodotto…

Accanto a questi due poli antitetici, voglio citare la “noluntas” e cioè quella mancanza di buona volontà che coincide con l’accidia di chi potrebbe e non agisce, macchiandosi del peccato di “omissione”…

É proprio nei confronti di quest’incuria, di questa prolungata trascuratezza nei confronti delle emergenze costiere che questa serie di articoli vuole incidere al fine di risvegliare attenzione e cura per elementi paesaggistici e strutturali che, siano essi di origine antropica o naturalistica, concorrono fortemente all’armonia dell’ambiente costituito dall’interfaccia terra-mare.

Il Salento, penisola della penisola, terra tra due mari, come ci rammenta l’antico toponimo di Messapia, è segmento di frontiera intercontinentale, di partenza ed approdo, d’unione e scisma, tra Ionio e Adriatico, Oriente e Occidente, Cristianesimo e Islam.

Sulle nostre coste rimangono i segni della Storia, segni la cui lettura richiede amorevole attenzione e competenza scientifica.

“Emergenza” è, infatti, sia quella “monumentale”, frutto del genio umano che “emerge” in campo artistico ed architettonico, sia la problematica prioritaria che richiede immediatezza d’intervento.

Finalità del presente articolo è quella di risvegliare l’attenzione della comunità salentina nei confronti dell’antico porto di Lecce (la Lupiae romana), di cui il geografo greco Pausania scrive, nel II sec. d.C., che è «un porto artificiale per le navi, opera dell'imperatore Adriano»; qui confluivano le strade che si diramavano dalla città verso l’Oriente; fu approdo avanzato di naviganti che in esso trovavano il luogo ideale per traffici di merci e scambi culturali ed economici di importante valenza. Pausania indica il molo adriano come struttura portuaria fatta erigere per l’ ancoraggio, in caso di burrasca, di imbarcazioni in viaggio nel canale d’Otranto, trait d’union tra gli altri due nodi portuali romani, Otranto e Brindisi, sulle rotte di Levante, tra Oriente e Occidente.

Le fonti letterarie fanno ritenere che il porto fu edificato da Adriano su un precedente approdo in cui pare sbarcò Ottaviano, il futuro imperatore Augusto, diretto a Roma dopo aver appreso la notizia della morte di Cesare, nel 44 a.C.

Collocato a ridosso di una modesta punta rocciosa, dove ora sorge il faro ottocentesco, il sito dell’antico porto si trova al margine settentrionale di un’ampia insenatura sabbiosa che nell’antichità era bordata da un cordone di dune litoranee e da ampie zone paludose (successivamente bonificate), in un paesaggio costiero profondamente diverso da quello attuale. È qui che l’imperatore Adriano, nella prima metà del II secolo d.C., fece costruire l’imponente molo in muratura a chiudere uno specchio d’acqua adeguato all’attracco delle navi.

Il molo si protendeva in mare con una caratteristica forma semilunata per una lunghezza di oltre 150 mt ed era costituito da due paramenti in opus quadratum composti da blocchi di pietra calcarenitica locale di grandi dimensioni, disposti ad una distanza di circa 15 m, che inglobano un nucleo in opus caementicium costituito da pietrame di varia grandezza misto a una tenace malta idraulica.

Durante i lunghi secoli del Medioevo proseguì l’utilizzo dello scalo portuale di San Cataldo, testimoniato anche dal ritrovamento in acqua di anfore e altri oggetti legati alla navigazione.

Nelle fonti documentarie e nei portolani medievali San Cataldo è indicato come uno dei punti d’approdo della costa leccese e la sua funzionalità è attestata ancora in un Liber peregrinationis in cui si narra dello sbarco nel porto di San Cataldo avvenuto nel 1395 da parte di un gruppo di pellegrini di ritorno dalla Terra Santa.

Fu probabilmente tra la fine del XIV e gli inizi del secolo successivo che lavori di riadattamento del litorale e l’edificazione di una torre costiera (voluti da Maria d’Enghien, contessa di Lecce) determinarono una nuova fase di sviluppo per il porto, conseguenza dell’incremento demografico della città di Lecce e della riorganizzazione economica del territorio.

Al tempo della dominazione spagnola, quella di San Cataldo vantava il pregio di essere considerata tra le più importanti piazzeforti marine, notevole presidio del Regno di Napoli in quanto collocata in un punto strategico di passaggio e congiungimento tra Oriente ed Occidente.

La considerevole attività commerciale del porto di San Cataldo è ben documentata nel corso del Cinquecento, nonostante la scarsa sicurezza della baia continuamente soggetta ad insabbiamenti e battuta costantemente dai poderosi venti dei quadranti meridionali.

Il porto fu frequentato ancora per tutto il XVII secolo, prevalentemente per l’imbarco dell’olio prodotto nell’entroterra leccese; poi, venuta meno l’esigenza del commercio navale, il porto fu abbandonato e man mano gli insabbiamenti lo hanno colmato, fino a che non diventò, nel 1801, «una semplice ed aperta spiaggia, esposta a tutte le intemperie».

Cosa causò, dunque, il graduale trasformarsi di quella splendida emergenza monumentale in emergenza ambientale?

Con il progredire della malaria e del paludismo pericostiero il territorio circostante si andava man mano spopolando. Le paludi hanno costituito un grosso impedimento allo sviluppo delle attività nella fascia costiera, come ci ricorda il Galateo che, alla metà del 500, descrive come «grassa e malsana» la zona di San Cataldo, in stato di abbandono e degrado con terreni che, circa tre secoli dopo, ancora «esalano pestiferi miasmi» e «rendono l’aria assai malsana e la campagna diserta di abitatori e povera di coltura» come precisa l’ing. Ferdinando Primicerio nella relazione del primo progetto per la costruzione del nuovo molo datata all’ottobre del 1863 (Relazione del 27 ottobre 1863 con oggetto: Stabilimento di un ancoraggio e di un faro su la spiaggia di S. Cataldo, ACL, b. 1 cat. X cl. 11 f. 1, «Ancoraggio in S. Cataldo. Copia di Atti degli Uffici centrali e locali, anni 1861-1887»).

Nella seconda metà dell’Ottocento, anche grazie alla legge Beccarini del 1882 sulle bonifiche delle paludi e dei terreni paludosi, il recupero del vecchio «Porto Adriano» divenne obiettivo primario dell’amministrazione di Lecce, nel tentativo di competere con la vicina città di Brindisi che, grazie anche all’arrivo della ferrovia, viveva in quel periodo una fase di grande sviluppo urbanistico e demografico, riflesso dell’intensa attività portuale e commerciale. Furono elaborati ben cinque differenti progetti (nel 1863, nel 1865, nel 1878, nel 1881 e nel 1889) che per motivi di natura economica o per inadeguatezza delle soluzioni strutturali proposte non furono approvati.

L’Amministrazione comunale, avendo nel frattempo provveduto alla realizzazione di una linea di tram elettrico che metteva in comunicazione la città con la rada, fece istanza al Ministero che nel 1898 diede l’incarico al Genio Civile: alla denominazione di San Cataldo si sarebbe aggiunto l’appellativo di «Porto Adriano»

Come da progetto esecutivo, tra il 1901 e il 1908 fu finalmente realizzato un nuovo molo che, «spiccandosi dalla radice del diruto molo», si spingeva in mare in due tratti rettilinei raccordati da una curva, per una lunghezza complessiva di circa 190 metri.

Il primo tratto si estendeva in direzione Sud-Est e sarebbe dovuto essere costruito con blocchi di pietra ricavati dai ruderi del molo Adriano.

Il secondo tratto era perpendicolare al primo e presentava il lato maggiormente esposto alle correnti marine rivestito, nella parte sommersa, di grossi blocchi squadrati lunghi oltre 2 metri messi in opera in 5 filari che formano una imponente gradinata che poggia sul fondale roccioso.

Al di sopra delle fondazioni era collocato un muraglione in blocchetti squadrati alto 3.50 m, ancora parzialmente conservato sulla battigia e in acqua, a pochi metri dalla riva.

Nella parte interna il muro era affiancato da una banchina transitabile connessa alla via rotabile che si innestava nella strada per Lecce.

Sembra che, durante i lavori svolti per la realizzazione del primo tratto della diga, si verificarono fenomeni di escavazione naturale del fondo del mare e nel 1905, poco prima dell’ultimazione dei lavori, si verificò nella rada un accumulo di alghe di proporzioni enormi (Il porto Adriano ostruito dalle alghe, in Corriere Meridionale, n. 17, 4 maggio 1905), tanto che il Comune deliberò lo sgombro delle alghe marine accumulatesi nella rada e dispose di provvedere alla manutenzione della spiaggia nella stagione balneare, autorizzando la demolizione di una parte del molo che consentisse di aprire un varco di deflusso ed evitare quindi il ristagno delle alghe.

Durante la visita di collaudo del porto eseguita nel luglio del 1908 si costatò che la strada di accesso al molo era distrutta probabilmente in seguito alle demolizioni effettuate nella stagione estiva del 1906 e la banchina era sconnessa e coperta di pietrisco ammucchiato alla rinfusa mentre il muraglione presentava un’ampia breccia realizzata per favorire lo sgombero delle alghe dal bacino.

Il mancato rispetto delle scadenze contrattuali nell’esecuzione dei lavori comportò anche un notevole ritardo nel pagamento della somma pattuita all’impresa da parte del Comune. Nonostante ciò  il Comune di Lecce tentò di portare a termine il progetto coinvolgendo, invano, prima  la Marina Militare, poi il Ministero per l’Agricoltra/Ispettorato generale della Pesca il quale comunicava che nessun provvedimento speciale poteva essere disposto per trasformare «l’antico scalo» denominato porto Adriano in un porto specializzato per la pesca.

Terminata la guerra, la sistemazione del molo nel bacino di San Cataldo ritornò nuovo argomento di discussione poichè i fenomeni di erosione del litorale sembravano mettere a rischio la fascia costiera fra il faro e gli stabilimenti a Sud di esso; il Comune quindi, ritenendo necessaria la costruzione di un braccio frangiflutti che proteggesse il litorale dalle mareggiate e dalle correnti, si rivolse al Ministero dei LL. PP. per ottenere il finanziamento dei lavori.

Nel 1963 il progetto per recuperare il basamento del molo novecentesco e restaurare la banchina ed il muraglione di protezione fu respinto. La rada di San Cataldo e le opere portuali esistenti furono, a questo punto, nuovamente abbandonate e dimenticate.

Attualmente, grazie alla sollecitudine della comunità che vive nella località marittima, si nota una certa ripresa di San Cataldo, località antica, degna di rispetto e conoscenza per Storia e Religione. È proprio di don Corrado Serafino, parroco della Marina di San Cataldo, infatti, il volume “CATALDUS. Il Santo della marina di Lecce”, presentato nel Luglio del  2016 alla presenza di

S.E. Domenico D’Ambrosio Arcivescovo Metropolita dell’Arcidiocesi di Lecce che ne ha curato la prefazione. Il volume contiene approfondimenti storici della archeologa Mariangela Sammarco, esperta sull’argomento, proprio sul porto adrianeo mentre don Corrado Serafino ha esposto non  solo la storia del Santo a cui è stata poi dedicata la località ma anche e soprattutto, la storia tutta umana sulla comunità cristiana che ne ha animato e custodito la vita con testimonianze dirette che ci fanno comprendere che lo spazio ed il tempo sono le dimensioni dell’operare umano e che l’armonia, così come la pace, la felicità e, in una parola, la beatitudine, è appannaggio della gente...  di buona volontà.

San Cataldo attende di tornare ad essere la marina di Lecce per eccellenza, con chilometri di lungomare percorribile comodamente a piedi o in bicicletta, con il suo romantico faro, emblema dello storico approdo offerto dalla baia ai naviganti, con i resti di un porto antico che deve essere valorizzato se non altro nel ricordo attraverso lo studio e la passione dei giovani figli di questa terra ingrata che non sono andati via perché credono ancora nel suo riscatto.

Per approfondire

Tra terra e mare: ricerche lungo la costa di San Cataldo (Lecce) di Mariangela Sammarco e Silvia Marchi, con un’appendice litostratigrafica di Stefano Margiotta. In: Journal of Ancient Topography XXII, 2012, Edited by Giovanni Uggeri, Mario Congedo Editore.

 

CATALDUS. Il Santo della marina di Lecce di Don Corrado Serafino, Lecce 2016.

Il tram del mare di Carmelo Pasimeni, Lecce 1998.